9 de marzo de 2009

BASTA UNA NONNA ITALIANA TRA GLI AVI E SI DIVENTA CITTADINI DEL BEL PAESE

La sentenza della Cassazione riconosce cittadinanza ai discendenti di donne che l'hanno perduta prima del 1948

09.03.2009 18:03:36

Roma - Basterà avere una nonna o una bisnonna italiana, e anche i nati all'estero diverranno cittadini del nostro stivale. passaporto.jpgLo ha stabilito la Corte di Cassazione che con la sentenza n.4466 del 25 febbraio scorso, riconosce "cittadinanza in sede giudiziaria alla donna che l'ha perduta per essere coniugata con cittadino straniero anteriormente all'1 gennaio 1948, in quanto la perdita senza la volontà della titolare della cittadinanza è effetto perdurante, dopo la data indicata, della norma incostituzionale, effetto che contrasta con il principio della parità dei sessi e della eguaglianza giuridica e morale dei coniugi (artt. 3 e 29 Cost.).

La Suprema Corte ha  accolto nei fatti il ricorso di Mariam E., una signora nata al Cairo nel 1962, nipote di un'italiana che all'inizio del 1900 aveva perso la cittadinanza per aver sposato un egiziano.

La notizia, attesa da molti figli di genitori stranieri in grado di dimostrare, però, che un loro antenato avesse madre italiana, ha suscitato reazioni contrarie nel mondo associativo e politico.

Nella sua newsletter settimanale, "Il Punto", l'Onorevole Marco Zacchera (Pdl), membro della commissione affari esteri ha zacchera3.jpgcommentato la sentenza come "possibilità per milioni di persone di chiedere la cittadinanza solo dimostrando che avevano una nonna "italiana" ed indipendentemente dal fatto che abbiano un minimo di contatto con la nostra patria o la nostra lingua e cultura". Sono in arrivo - prosegue la nota - nuove potenziali centinaia di migliaia di richieste di cittadinanza che peseranno su uffici intasati ed insufficienti ad esaminare le domande giacenti".

"In Italia, per contro, gente che si è assolutamente integrata e risiede da più di 10 anni attende ben oltre 3 anni per avere riconosciuto il proprio diritto di nuova cittadinanza. Ma perché la Magistratura è a volte così "teorica" per un cavillo e non si rende conto delle conseguenze che comportano certe sentenze?", conclude Zacchera. L'onorevole ha inoltre aggiunto che se anche la legge può considerarsi giusta, ad essere sbagliato è l'intero sistema. Applicando questa sentenza, cioè, secondo l'esponente del Pdl, si aprirà il varco a quegli italiani che di italiano non hanno nulla, perché lontani anni luce dalle tradizioni e da quel comune sentire che poteva invece appartenere ai loro avi. Motivati solo dal desiderio di ottenere la cittadinanza e chiedere il passaporto europeo. E per quanto riguarda la ‘questione consolati', l'Onorevole chiarisce che "saranno sempre questi istituti a dover sbrigare le pratiche e ad accollarsi, dunque, l'enorme lavoro".

Di parere diverso l'Avvocato Marco Pepe, collaboratore dell'associazione Pro Civitas, con sede a Buenos Aires, che fa capo all'Avv. Horacio Guillen, da sempre in prima linea per i diritti e il riconoscimento della cittadinanza ai discendenti da parte di donna, secondo il quale "con la recentissima sentenza della Corte di cassazione a Sezioni Unite, la Suprema Corte ha radicalmente mutato il suo stesso indirizzo, secondo il quale i figli di donna italiana, o discendente di italiani, che sposava il cittadino straniero, perdeva la cittadinanza se la data del matrimonio era anteriore al 1948, ed i figli non venivano riconosciuti cittadini italiani". La normativa sulla cittadinanza italiana del 1912, che appunto prevedeva che la donna perdeva la cittadinanza italiana se sposava lo straniero, era stata dichiarata incostituzionale con una sentenza della Corte Costituzionale del 1975 ed altra sentenza del 1983, ma poiché il conflitto normativo non risaliva oltre il 1948 (anno di promulgazione della Costituzione), il Ministero dell'Interno non riconosceva la cittadinanza alle donne sposate prima di questo anno, e neppure ai suoi figli. "La giurisprudenza - continua l'Avvocato Pepe - è stata divisa per alcuni decenni tra una tendenza secondo la quale doveva dichiararsi cittadino anche chi era nato prima del 1948 da donna sposata con lo straniero, ed altra giurisprudenza che decisamente negava l'efficacia risalente della sentenza che dichiara l'incostituzionalità di una norma preesistente a prima del 1948. Con la sentenza n.3331 del 2004 la Corte Costituzionale a Sezioni Unite aveva indicato in modo definitivo che questi effetti, e dunque la cittadinanza italiana, non poteva essere riconosciuta alle donne sposate prima del 1948 ed ai loro figli, che comunque non avessero reso una dichiarazione di riacquisto della cittadinanza. Con questa nuova sentenza delle stesse Sezioni Unite l'indirizzo viene ribaltato e la Corte di Cassazione riconosce che la cittadinanza italiana compete sia alle donne sposate prima del 1948, sia ai loro figli". "La questione non è stata ancora regolata in via amministrativa - conclude - per cui si attende di vedere cosa disporrà il Ministero per l'Interno, ed attualmente la cittadinanza può essere riconosciuta solo per via giudiziale".

L'Onorevole Franco Narducci, eletto all'estero nelle liste del Pd, nella circoscrizione Europa, narducci camera.jpgprecisa come "la sentenza della Suprema Corte non cambi nulla, non abroghi di fatto la legge 555 del 13 giugno del 1912 "Sulla cittadinanza italiana" e che già nella passata legislatura fu inserito in una proposta di legge sulla cittadinanza italiana agli stranieri regolari residenti nel nostro Paese, un riferimento al riconoscimento di questa anche ai figli di donne nate prima del 1948 e che vivevano all'estero. Poi, attraverso un confronto e un dibattito - prosegue Narducci -  si decise di tener conto almeno solo di nonni nati in Italia".

"Non mi scandalizzo del fatto che alcune persone vogliano far valere un loro riconoscimento giuridico, penso, inoltre, a coloro i quali, avendo sposato un italiano, possono ottenere la cittadinanza dopo tre anni, e che non hanno certo quella italianità che si chiede di avere a questi figli e nipoti che hanno aspettato tutti questi anni. Tra l'altro - ha aggiunto Narducci - costoro giureranno sulla nostra Costituzione e prenderanno un impegno con il nostro paese. Che non è poco. Chi decide di prendere la cittadinanza americana - per esempio - non lo fa soltanto per una comunanza di valori, ma perché vuole condividere con gli americani una scelta di vita. Ciò che fa testo, dunque, non sono le nostre impressioni ma la legge in se". ha concluso l'esponente del Partito Democratico.

Una sentenza, dunque, per molti versi storica, che ha invertito gli indirizzi dei precedenti provvedimenti in materia, raccogliendo le istanze di tutte le donne che si sono viste negare un diritto riconosciuto invece agli uomini già dal 1912. Ma anche ‘un'apertura' che farà discutere a lungo soprattutto chi considera questa gente solo italiana ‘di passaporto'.

Angela Divincenzo | News ITALIA PRESS

3 comentarios:

  1. saben si el Ministerio o el parlamento ha hecho algo en proposito?

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  2. non e' per tutti non prendeteci in giro in Sudamerica solo funziona nel Peru'.

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  3. La sentencia es una vergüenza, no basada a derecho, usada por los abogados para atrapar incautos, no puede ser que las Supremas Cortes de Cassazione den como válida la pérdida de la ciudadanía italiana por casarse con argentino, cuando la ley argentina no contempla el IURE MATRIMONI, así se le hizo saber a Le Sezioni Unite, así admitieron su error. Las sentencias son Unitarias, no de aplicación general, solo la Corte Suprema tiene el computo de modificar, cambiar, interpretar o aplicar una ley, la Cassazione es una de las vergonsantes cortes italianas

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